COVID, SBAGLIATO APPLICARE LE STESSE MISURE A TUTTI. UN PO’ DI NUMERI

di Giulio Simeone

mercoledì 19 agosto 2020


Dove va a colpire di più il coronavirus, e quali fasce d’età va a colpire, è cosa arcinota; questo diminuisce di parecchio la sua pericolosità, perchè i nemici più temibili sono quelli che non sai dove colpiranno, e chi colpiranno. Gli abitanti dele nazioni flagellate dal terrorismo, ad esempio, vivono in uno stato di perenne paura, perchè chiunque potrebbe essere colpito, e dovunque. Per quanto riguarda il coronavirus in Italia in questo periodo, siamo lontanissimi da una cosa del genere: il virus circola in misura esigua, per una buona metà circola nelle quattro grandi regioni del nord, e risulta pericoloso quasi esclusivamente per gli anziani. Proteggendo fondamentalmente chi deve essere protetto, ovvero le fasce di età più avanzate nelle zone più a rischio, si potrebbero ottenere ottimi risultati, consentendo al resto della popolazione di vivere in modo quasi del tutto normale, al massimo evitando grossi assembramenti. E’ sconcertante vedere come mentre una discreta parte della popolazione italiana abbia fatto propri questi concetti, con i giovani più spavaldi e gli anziani più cauti, il governo per tutto questo periodo abbia sempre puntato a proteggere tutto e tutti indistintamente, dal lockdown generalizzato di questa primavera al provvedimento di pochi giorni fa che impone a tutti le mascherine all’ aperto nei “luoghi della movida” nelle ore serali e notturne. Imporla soltanto agli over 60 sarebbe stata un’ idea troppo azzardata?

Italia, contagi in ascesa ma pochi malati

In quest’articolo sosterremo i concetti appena sintetizzati con numerose statistiche, che analizzeremo e spiegheremo in dettaglio. Nelle ultime settimane in Italia i casi sono un po’ risaliti: tre settimane fa la media giornaliera era sotto i 200 contagi giornalieri, nell’ ultima settimana dal 10 al 16 agosto è stata di 478. E’ probabile che salga ancora. Ma essa si traduce in un gran numero di persone malate? Assolutamente no. Le ultime rilevazioni dell’ ISS, effettuate nel periodo dal 10 luglio all’ 8 agosto, ci dicono che su 7746 persone risultate positive al virus in questo arco di tempo, solo un 7,6% è stato ricoverato in ospedale, ed un 0,3% è stato sottoposto a trattamento di terapia intensiva. Rapportando queste percentuali alla media di contagiati attuale, si possono stimare 35 ricoverati al giorno e 1 persona al giorno sottoposta a terapia intensiva. Ovvero 1050 ricoverati, e 30 terapie intensive al mese, vale a dire 1 ricoverato su 57000 italiani al mese e 1 terapia intensiva su 2 milioni di italiani al mese. Notare che queste cifre, già basse, probabilmente sono anche sovrastimate, perchè a volte succede che una persona necessita di ricovero per motivi molto diversi dal Covid, ad esempio frattura oppure epatite virale, risulta positivo al tampone e viene conteggiato come ricoverato Covid. In quanto ai decessi, nell’ ultimo mese ne abbiamo avuti 227, buona parte risalenti a contagi di vecchia data ed equivalenti a circa un italiano su 265000 al mese. Si tratta di proporzioni veramente molto esigue, che resterebbero tali anche nel caso le cifre dovessero salire un po’.

Molto improbabili ondate gravi: non conta solo il caldo

Saliranno ancora questi numeri con il progressivo arrivo della stagione fredda? Molto difficile prevederlo con esattezza, ma ipotizzare una seconda ondata della dimensione di quella di marzo-aprile, o anche un’ondata un po’ meno alta, è abbastanza fuori dalla realtà. Infatti, è appurato che da maggio a luglio non è stato solo il caldo a far scendere drasticamente i contagi in Italia, ma anche le cure che sono molto migliorate, l’ intensa attività di contact tracing, e poi l’ adattamento del virus all’ ospite, tesi sostenuta con convinzione dai virologi italiani Guido Silvestri, Matteo Bassetti e Alberto Zangrillo. Sintetizzando, i virus si riproducono molto più velocemente dell’ uomo e così facendo nel tempo assumono forme diversificate; quelle più aggressive tendono ad estinguersi assieme agli individui dei quali provocano la morte; quelle più lievi invece tendono a trasmettersi da individuo ad individuo, perpetuandosi nel tempo. Cure, contact tracing e adattamento del virus all’ ospite sono elementi che permarranno anche quando farà più freddo, incidendo peraltro in misura sempre maggiore, e quindi una seconda disastrosa ondata è da ritenersi assai improbabile.

Giovani asintomatici che rischiano molto poco

Tornando alle proporzioni di malati e di morti, esse sono esigue allo stesso modo per tutte le fasce d’età? Assolutamente no. Si consideri la seguente tabella

Dati ISS sulle percentuali di ospedalizzazioni e terapie intensive sui contagiati ripartiti per fasce d’età 16 luglio – 14 agosto

FASCE D’ ETA’ OSPEDALIZZAZIONI TERAPIE INTENSIVE
20-29 2,7% 0
30-39 5,2% 0
40-49 5,5% 0
50-59 9,7% 0,6%
60-69 11% 0,6%
70-79 16% 1,6%
80+ 27% 4,3%

Da questa tabella vediamo che tra i contagiati dell’ ultimo mese che hanno meno di cinquant’anni, ben pochi sono finiti in ospedale e nessuno è finito in terapia intensiva; entrambe le percentuali cominciano ad essere significative sopra i cinquant’anni e crescono con il progredire dell’ età, peraltro ricordiamo che le donne sono più resistenti al coronavirus degli uomini. Dunque le ospedalizzazioni sono ancora più rare della media nel caso dei giovani e dei quarantenni, e progressivamente meno rare della media da parte delle fasce d’età più avanzate. In quanto alle percentuali di mortalità per Covid, secondo il Centre for Disease Control and Prevention americano, il divario è ancora più marcato; rispetto alla fascia 18-29, la fascia 50-64 corre un rischio 30 volte più grande, la fascia 65-74 un rischio 90 volte più grande, e la fascia 75-84 un rischio 220 volte più grande. Queste statistiche mostrano chiaramente anche come certi titoli allarmistici di quotidiani anche importanti sul virus che si è diretto verso le fasce più giovani, siano clamorosamente fuorvianti. E’  vero che adesso c’è una percentuale molto maggiore di giovani che risultano positivi al test, ma questo avviene solo grazie all’ intensa attività di contact-tracing, che traccia accuratamente tutte le conoscenze di qualsiasi malato. Anche a marzo-aprile c’era un alto numero di giovani asintomatici, ma nessuno se ne accorgeva perchè il sistema sanitario era occupato in ben altre priorità.

Virus molto più diffuso nel settentrione: in questo periodo metà dei contagi in quattro regioni

Già tutto questo farebbe capire in che direzione dovrebbero andare le misure, ma noi siamo in possesso di dati molto significativi che ci dicono anche dove dobbiamo agire, oltre che verso quali fasce d’età. Per tutta la durata dell’ epidemia tutti sanno che la grande maggioranza dei contagi sono stati rilevati al Nord, in particolare il 39% di essi sono stati rilevati in Lombardia. Negli ultimi 10 giorni il 48,82% dei contagi, ovvero quasi la metà, si è verificato nelle quattro grandi regioni del Nord, ovvero Lombardia (717 contagi), Veneto (702), Emilia Romagna (467), Piemonte (301). Dal grafico qui sotto, si vede che per tutto il periodo dell’epidemia la distribuzione dei contagi è stata estremamente difforme. Tale grafico necessita di poche spiegazioni: l’ unica importante osservazione che va fatta è che il divario tra la situazione di adesso e quella di marzo-aprile è ancora più grande di quanto appare, perchè allora una buona parte dei contagiati giornalieri era quella che chiamava il 118, adesso invece è il sistema sanitario che va a scovare i contagiati trovandone parecchi asintomatici oppure paucisintomatici, cioè con tosse lieve e/o raffreddore.

 

Le interazioni fra giovani molto raramente danno luogo a malati gravi …

Dopo tutti questi numeri, possiamo finalmente cominciare a trarre qualche conclusione. Ci sono ampie zone dove la densità di contagi è scarsa oppure nulla: tra gli esempi più eclatanti citiamo le province di Matera e di Oristano, dove il Covid manca rispettivamente dal 23 luglio e dal 19 giugno, ma se ne potrebbero fare tante altre. In queste zone ritieniamo che qualsiasi misura sia superflua: sì, può succedere che un turista arrivi dall’ esterno e provochi un contagio, ma può succedere anche di sprofondare in una voragine che si apre per strada con conseguenze di solito peggiori. Per quanto riguarda le zone a densità relativamente medio-alta di contagi, occorre fare una netta distinzione tra giovani e anziani, chiaramente per i quarantenni e i cinquantenni varranno considerazioni intermedie. Chi sono quelli che rischiano in via preponderante di ammalarsi e in via quasi esclusiva di morire? Naturalmente gli anziani. Adesso, va bene, chiudere le discoteche può servire per evitare che singole serate diano luogo ad un numero veramente alto di contagi, ma per il resto, è davvero così importante prevenire le interazioni tra i giovani sapendo che esse molto raramente possono risultare di per sè stesse in un caso severo di coronavirus, e quasi mai possono risultare in un decesso? Non saranno altre le interazioni che occorre prevenire, ovvero quelle tra i giovani che vanno molto in giro, e gli anziani che possono ammalarsi seriamente?

…. quelle tra giovani e anziani un po’ meno raramente

Io, che sono un uomo di mezza età, non capisco perchè tante persone manifestino così tanto odio verso la tendenza dei giovani a socializzare e a divertirsi fra loro, cosa peraltro perfettamente naturale, e non si dica quasi nulla sul fatto che le interazioni potenzialmente più pericolose sono quelle tra giovani e anziani. Se proprio si fosse in vena di criticare i giovani, si potrebbe semmai rimarcare il fatto che molti giovani rimangono a casa ben oltre la maggiore età: quello sì che può risultare un fattore determinante per la diffusione del Covid, stiamo parlando del Covid serio; un giovane asintomatico di 30 anni può in effetti far ammalare in modo serio un genitore di 60 anni. Anche perchè abbiamo un’ altra statistica importante prodotta dall’ ISS, cioè quello sull’ ambito nel quale si suppone si sia verificata l’ infezione nei giorni dal 15 luglio al 14 agosto. Tra parentesi, ci sono le percentuali riferite a periodi poco più  indietro nel tempo, sempre tra fine giugno ed inizio agosto.

Molti contagi avvengono in casa, molti altri provengono dall’ estero

“L’ambito di infezione risulta essere quello familiare nel 23,5% dei casi (28,2%, 28,6%, 30,6%), l’Estero nel 30,9% (27%, 26,5%, 24%), RSA/case di riposo/comunità di disabili nel 7,6% (8,4%, 10,6%, 12,4%), luogo di lavoro 3,4% (4,4%, 4,2%, 4,2%), ospedale/ambulatorio 1,6% (1,7%, 2,4%, 3,2%), ristorante/bar 2,3% (3,2%, 1,3%, 1,9%), nave/crociera/barca 0,3% (0,2%, 1,0%, 1,6%), comunità religiosa 0,8% (0,3%, 0,5%, 0,9%), aereo 0,3% (0,3%, 0,4%, 0,3%), altro 29,4% (26,4%, 24,5%, 20,6%)”

Va detto che questa statistica include soltanto i contagi di origine certa, e quindi non è esauriente. Essa però ci comunica che un numero rilevante di contagi avviene in famiglia, ed un numero parimenti rilevante di contagi proviene dall’ estero; entrambe le cose sono del tutto logiche, visto che i contagi di solito avvengono a seguito di contatti stretti e prolungati, e che il governo italiano, mentre richiede la quarantena per gli ingressi da paesi del tutto Covid-free come Thailandia e Nuova Zelanda, consente l’ ingresso libero da paesi europei dove il contagio ancora circola in modo consistente. Tutti contagi che non sono stati provocati dalla cosiddetta “movida” che tanto odio gratuito sta provocando in questi giorni.

Soggetti a rischio, come proteggersi dentro e fuori casa?

Credo che da parte degli anziani, e di quelle persone di mezza età che hanno paura, sia decisamente sbagliato prendersela in modo eccessivo e generalizzato con i giovani che vivono la loro vita. Molto meglio fare proprio il pensiero che, soprattutto con questo livello di diffusione del contagio, chi non vuole prendersi il coronavirus, nel 99,5% dei casi, non se lo prende. Ci è sempre stato detto che è meglio provvedere a se stessi da soli piuttosto che fare affidamento sugli altri, no? Qui di seguito daremo qualche consiglio che vale soprattutto per chi appartiene alle fasce a rischio e si trova nelle regioni a rischio. Fuori casa, basta tenersi a debita distanza dagli altri e, dove ciò non è possibile, indossare una buona mascherina. Per stare proprio tranquilli, si possono indossare le mascherine ffp3 che garantiscono un ottimo livello di protezione anche quando gli altri non le indossano. Molti modelli di mascherine ffp3 peraltro hanno, cosa molto buona, una valvola che rende la respirazione più facile evitando noiosi effetti collaterali come mal di testa e difficoltà respiratorie. Dentro casa, prima di tutto diciamo che una cosa buona, anche per motivi indipendenti dal virus, sarebbe quella di incoraggiare i propri figli maggiorenni ad andare via di casa: il governo, invece di sprecare soldi per le misure scolastiche, farebbe molto meglio a dare  incentivi in tal senso. In seconda battuta, dove le dimensioni della casa lo consentono, si può vedere di mantenersi a debita distanza dai propri figli, oltre a rispettare le consuete norme igieniche, tipo frequente lavaggio delle mani, ecc. Solo quando tutte le altre opzioni non sono percorribili, e naturalmente quando la situazione locale è a rischio, a mio avviso, si dovrebbe chiedere ai propri figli di fare una certa attenzione, pomendo in qualche modo dei limiti alla loro vita sociale.

Sbagliatissimo imporre misure uguali a tutti

Però vedete che anche qui si deve fare una grossa distinzione tra giovani che convivono con anziani, e i tanti giovani che vivono per conto proprio, oppure con altri giovani, che hanno una probabilità molto minore di far ammalare altre persone. Tutti i dati che abbiamo esposto nel corso di questa lunga analisi, mostrano chiaramente che è profondamente sbagliato imporre le stesse misure a tutti i cittadini senza distinguere per età e per luogo, come ha fatto il governo italiano durante tutto il corso di quest’ epidemia. Ad essere protetti devono essere solo i cittadini più vulnerabili, e deve rafforzarsi il concetto di responsabilità individuale: ciascuno, più che fare affidamento sugli altri, deve pensare a proteggersi in linea di massima da solo. Ovvio che ci possono essere eccezioni, come quelle di persone costrette a vivere accalcate in abitazioni molto ristrette, oppure di persone non autosufficienti, ecc.

Il virus dell’ ipocondria, molto contagioso e pericoloso

Voler proteggere tutto e tutti evitando ogni minimo rischio, è una strategia decisamente esecrabile, soprattutto perchè trasmette l’ idea di un qualcosa che dilaga inarrestabilmente tra le persone ad ogni minimo contatto, mentre abbiamo visto che decisamente non è così. Purtroppo da una parte quello che è successo a marzo-aprile in condizioni completamente diverse, e dall’ altra il bombardamento mediatico e governativo, hanno favorito la diffusione di quest’ idea che soprattutto grazie ai social network, si trasmette con un indice di contagio molto maggiore di quello del virus. Questa diffusione di schemi mentali ipocondriaci è molto dannosa, perchè poi una volta passata la paura del coronavirus si può estendere anche ad altri ambiti, come la paura di uscire di casa nel timore di incidenti stradali, oppure la paura di avere un tumore al cervello ad ogni minimo mal di testa, ecc. , ed oscurare tutte le cose belle che la vita può regalare. Essa può far perdere altresì la visione d’ insieme, facendo dimenricare problemi ben più gravi, ci limitiamo a citare in questa sede tutte le problematiche legate all’ ambiente, la povertà, la fame e i conflitti armati che caratterizzano vastissime aree di questo pianeta. Spero con quest’ articolo di avere aiutato qualche lettore a riportare il problema nella giusta dimensione.

Giulio Simeone

Pubblicato da Giulio Simeone

Giulio Simeone is a web journalist based in Rome, Italy. He graduated in Mathematical Sciences in 2002, then he worked several years as a software developer and later, around 2010, began to turn his efforts to journalism. Now he writes for the web magazines www.sociale.it and www.socialplace.it, that are published by the company he works for. He speaks fluent Italian, English, and Spanish, his e-mail address is [email protected]

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